Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. (Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)
Delaware, ventunesimo stato Usa anti-omofobia

Il Delaware è il ventunesimo stato americano ad avere approvato una legge
contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale. La Camera l'ha
approvata subito dopo il Senato, e adesso perché entri in vigore manca solo
la firma del governatore dello stato, Jack
Markell, che ha già espresso il suo sostegno. Purtroppo però la legge appena
passata non include l'identità di genere, cioè non tutela le persone
transgender, a differenza delle sette versioni precedenti, che sono state
tutte bocciate al Senato. La legge attuale aggiunge l'orientamento sessuale
alla lista delle categorie protette nelle leggi anti-discriminazione che
riguardano la casa, il lavoro, i pubblici contratti, le assicurazioni e i
pubblici servizi. Durante la discussione in aula ci sono stati tentativi di
aggiungere emendamenti per impedire l'informazione positiva
sull'omosessualità nelle scuole, per esentare dal rispetto della legge le
istituzioni religiose, e per specificare che la legge non avrebbe
legittimato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Emendamenti tutti
sconfitti, ma il compromesso con i conservatori, come è spesso accaduto in
altre occasioni, è stato fatto sulla pelle delle persone transessuali; le
quali sono tutelate solo in 14 stati americani sui 21 che hanno approvato
leggi anti-discriminazione.
Adesso che si è aggiunto il Delaware, il 54% della popolazione americana
vive in stati, contee o città con protezioni nei confronti dell'orientamento
sessuale, e il 39% in luoghi che tutelano anche l'identità di genere.
http://www.gaypeopleschronicle.com/stories09/july/0703096.htm
India lgbt in festa

Manifestazioni spontanee di gioia si sono svolte in varie città indiane dopo
l'annuncio che la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale e
discriminatorio l'articolo 377 del codice penale che definisce
l'omosessualità un crimine in quanto "sesso contro natura". Soprattutto i
giovani hanno festeggiato, abbracciandosi e baciandosi in pubblico, con i
capelli tinti di colori arcobaleno, godendosi una visibilità adesso
pienamente legittima. Quasi un nuovo "pride", dopo quelli che si sono appena
svolti. Gli attivisti per i diritti lgbt dicono che la sentenza della Corte
è solo il primo passo verso nuove libertà, dopo questa vittoria per la quale
ci sono voluti lunghi anni di lotte. La sentenza di 105 pagine dichiara
esplicitamente che la vecchia legge coloniale, introdotta 149 anni fa, è una
"violazione" dell'attuale costituzione indiana. La polizia l'ha usata sinora
per arrestare attivisti, vessare e stuprare le minoranze sessuali; i
conservatori e i fondamentalisti l'hanno utilizzata per denigrare, insultare
e perseguitare le persone lgbt in ogni occasione. Ora tutto questo non è più
legittimato. Non c'era modo migliore per celebrare i 40 di Stonewall in
territorio indiano.
Tuttavia il partito del Congresso al governo resta muto di fronte al
verdetto, e potrebbe appellarsi alla sentenza. Altrettanto potrebbe fare
l'opposizione nazionalista hindu del partito Bharatiya Janata, che si è già
fermamente opposta al giudizio. E' estremamente improbabile, però, che la
Corte Suprema possa rovesciare la sentenza. Un motivo di maggiore
preoccupazione è la divisione fra l'India rurale e quella urbana, e la
reazione dei governi regionali. Per bilanciare queste divisioni, è possibile
che il governo approvi leggi anti-gay che impediscano il matrimonio e
l'adozione. Insomma, vinta una battaglia fondamentale, la lotta è ben lungi
dall'essere finita.
Ma adesso è il momento delle celebrazione, e non solo in India. Anche le
comunità lgbt indiane all'estero hanno accolto la sentenza dando vita a
sfrenati festeggiamenti; come quella di New York, che ieri sera ha celebrato
proprio nello storico Stonewall Inn.
PRIMA E DOPO STONEWALL
http://glclk.about.com/?zi=17/7O3B
(Intervista raccolta da Kathy Belge per "Lesbian Life")
Lilli Vincenz (71 anni) ricorda bene Stonewall. Era già impegnata nel
movimento per i diritti gay da due anni, quando scoppiarono le rivolte. Era
una delle uniche due donne che facevano parte dell'organizzazione gay di
Washington "Mattachine Society", alla quale si era unita dopo essere stata
licenziata dall'esercito perché lesbica. Lilli ha parlato con "Lesbian Life"
sul coming out prima di Stonewall, del suo coinvolgimento nel primo
movimento per i diritti gay, di dove andò a cercare altre lesbiche, e di
quanto le è costato.
Lesbian Life: Raccontami qualcosa della tua storia.
Lilli Vincenz: Al liceo prendevo delle cotte. Ricordo la mia migliore amica,
mi innamorai di lei. Fu penoso capire, dopo un po', che ero gay e che non
conoscevo nessun'altra che lo fosse. Ero estremamente solitaria. Ricordo che
mi aggiravo nel Village cercando un bar gay, senza riuscire a trovarlo.
Trovai un libro nel centro di consulenza della Columbia University
intitolato "Voyage from Lesbos". Era su come farsi curare dal lesbismo. Poi
sentii parlare di Provincetown, sentii dire che là c'erano persone gay.
Incontrai alcune lesbiche in un bar del quale avevo sentito parlare e che si
chiamava "The Ace of Spades". Era davvero un bel posticino, con un piano e
la gente che cantava, molto conviviale. Là conobbi alcune donne che vivevano
a New Hope, PA. Fui molto intrigata da loro. Scoprii che alcune donne che
conoscevano stavano nell'esercito. E questo mi fece pensare di volermi unire
all'esercito, per due ragioni. Una era che sapevo che ci sarebbero state
donne gay. Ma volevo anche scoprire se dovessi diventare una terapista.
Entrai nell'esercito e arrivai quasi alla fine del mio training tecnico
neuropsichiatrico. Ero stata un po' alla Walter Reed, un po' in Alabama. Là
c'erano parecchie lesbiche, abituate a mentire sulla loro vita sessuale
notturna.
Avevi amanti nell'esercito?
Non vere e proprie amanti, ma avevo qualche esperienza sessuale. Avevo anche
un ragazzo. Ero ancora nel mezzo. Andai a Washington per realizzare il mio
desiderio di lavorare alla Walter Reed, ma la mia compagna di stanza mi
respinse perché ero lesbica. Venni congedata, ma onorevolmente.
E come sei riuscita a farti congedare onorevolmente?
Perché preferirono un congedo amministrativo ad un altro tipo di
licenziamento. Non c'era niente di sbagliato, ero una soldata modello. Là
incontrai donne e uomini gay. Era il 1963. Immediatamente mi unii alla
"Mattachine Society" di Washington. Mi sentivo molto libera. Dopo il
congedo, sentivo di non dover chiedere di più. E' stato molto liberatorio.
Dunque non sei stata sconvolta dal tuo congedo?
No, non lo fui. So che se non avessi avuto il background che avevo, avrebbe
potuto disturbarmi. Ma avevo un ego forte e avevo già un master in inglese
alla Columbia University. In realtà la gente si chiedeva che cosa ci facessi
nell'esercito. E' così che entrai nell'attivismo.
Perché scegliesti l'organizzazione "Mattachine"?
Fu l'unica che riuscii a trovare. C'erano anche le "Daughters of Bilitis",
ma stavano a New York, non erano a Washington. Fui anche molto colpita da
Frank Kameny, il fondatore della Washington Mattachine Society. Era come un
tutor, così concentrato e brillante. Mi sentivo in buona compagnia. Avevamo
un gruppo molto piccolo, appena 25 persone circa, con soltanto due donne.
Che tipo di cose facevate come organizzazione?
Io scrivevo bollettini di notizie per la Mattachine Society. Andavamo fuori
per distribuire opuscoli. Per un anno e mezzo curai la nostra newsletter che
si chiamava "The Homosexual Citizen". A quei tempi ci definivamo "movimento
omofilo". Non si parlava di diritti gay o diritti civili, dicevamo
"omofilo".
Che genere di articoli c'erano nella newsletter?
Parlavamo di quello che succedeva e di quello che le persone gay
affrontavano, arresti, processi, e c'erano anche recensioni di libri. I
cattivi libri che mettono al tappeto i gay. La copertura era nazionale.
Quelle erano tutte piccole organizzazioni, e in tutto il paese non ce
n'erano più di venti. La cosa più importante che facevamo era di cercare di
far sì che i poliziotti smettessero di arrestare i gay e di stabilire una
migliore relazione con la polizia. Solo più tardi riuscimmo ad avere
contatto con le istituzioni di governo. Pubblicizzavamo ciò che Mattachine
faceva. La nostra pubblicazione era di sole 20 pagine, comparivano anche
alcune esperienze personali. L'ultima uscita dell'"Homosexual Citizen" fu
nel maggio 1967, perché io lo lasciai. Frank e io avevamo avuto un
disaccordo. Io avevo incontrato una astrologa e lei voleva scrivere qualcosa
sull'astrologia. E Frank era furioso. Questa non era certo una cosa a cui
pensava. Lui pensava solo a risolvere i problemi affrontati dai gay. La
Mattachine Society non aveva alcun aspetto sociale, si dava per scontato che
tutti lavorassero solo per la causa. Poi nel 1965 cominciammo a fare
picchettaggi. Il 17 aprile ci fu il picchettaggio alla Casa Bianca. Mi
sentii proprio meravigliosamente. Avevamo bisogno di visibilità. In quanto
gay, a quell'epoca non eravamo visibili. Così avevamo tutti regole su come
vestirci. Apparivamo ben vestiti. Protestavamo contro la politica del
governo riguardo le persone gay. Perché i gay allora venivano licenziati.
Ricordi la reazione dei passanti?
Beh, ce n'erano solo pochi. Solo più tardi seppi che non avevamo dato
deliberatamente la notizia ai media. Ma uno lo scoprì, era l'"Afro
American", e loro scrissero un articolo molto buono. Non essendoci stata
pubblicizzazione, non c'era tanta gente, ma c'era qualche fotografo.
Comunque fu una grossa cosa, il picchettaggio allora non era una esperienza
abituale come adesso. Non eravamo affatto imbarazzati, mi ricordo. Facevamo
il nostro picchettaggio e ci sentivamo orgogliosi. La rivista "Confidential"
scrisse su di noi pubblicando fotografie, e all'improvviso, a causa di
questa pubblicità, ricevemmo telefonate dalla gente. Ci fecero un favore, ci
diedero visibilità.
Poi decidemmo di fare un picchettaggio il 4 luglio 1965 a Philadelphia,
davanti all' Independence Hall. C'erano poche persone che ci guardavano.
Allora pochi anni dopo, nel 1968, decisi di filmare il picchettaggio. Avevo
fatto un corso di cinema e il mio insegnante mi aveva prestato la sua
bellissima camera a 16mm. Feci il filmato, è un film di sette minuti e
mezzo.
Al nostro ultimo picchettaggio, nel 1969, proprio dopo Stonewall, avemmo un
grande afflusso di newyorkesi che erano veramente eccitati da quanto stava
accadendo. Stonewall fu uno spartiacque, come tutti ormai già sanno. E'
stato interessante. I vecchi membri di Mattachine e quelli con nuove radici.
Loro portavano i sandali. Noi non dovevamo portare i sandali, o avere la
barba. Giacca e cravatta per gli uomini, e gonne per le donne. C'era una
certa differenza tra la vecchia guardia e la nuova guardia. Quello fu
l'ultimo picchettaggio. Io e un cine-operatore filmammo la parata del
Christopher Street Liberation Day dal Village al Central Park. Facemmo
interviste, realizzando un filmato di 11 minuti. Di quell'evento ci sono
molte foto, ma nessun altro filmato, eccetto il mio.
Raccontami i tuoi ricordi di Stonewall. So che non eri là...
Certamente ne abbiamo sentito parlare. C'era molta comunicazione tra i vari
gruppi gay esistenti. Io non ero là nel 1969. Sentii parlare delle Drag
Queens che avevano gettato monete alla polizia e che avevano divelto un
parchimetro. C'era una meravigliosa eccitazione nell'aria.
Forse Mattachine, così conservatrice con le regole di vestiario e con tutto
il resto, temeva che le rivolte di Stonewall avrebbero dato una cattiva
reputazione al movimento?
Oh no, non pensavamo affatto in termini di cattiva reputazione. Alla
Mattachine Society siamo stati pionieri nelle attività legali. Per esempio,
decidemmo che l'omosessualità andava altrettanto bene dell'eterosessualità,
e abbiamo contestato la politica della malattia di molte organizzazioni, fra
cui gli psichiatri e gli psicologi. E ricordo che molti gay pensavano che
non fosse bene dichiarare che l'omosessualità fosse essenzialmente una buona
cosa.
Il picchettaggio significava che noi eravamo là per essere notati. Non
eravamo molto radicali, ma eravamo devoti alla nostra causa e avevamo buoni
progetti. Abbiamo gettato le basi per l'attivismo successivo. Capivamo che
nessun altro poteva fare quello che facevamo. Eravamo a Washington, e
c'erano molti circoli gay ovunque, ma chi lavorava per il governo non voleva
avere niente a che fare con la Mattachine Society.
Più tardi vi siete impegnati nella politica di base?
Sì. Nel 1971 per la prima volta Washington ha avuto membri del Congresso non
votanti. Un paio di amici suggerirono di far concorrere Frank come delegato
non votante. Lui aveva solo una preoccupazione, quella di avere abbastanza
firme da essere messo in ballottaggio. E così lo facemmo. Ci mettevamo
davanti ai Safeways and Drug Stores e parlavamo con la gente. I riferimenti
all'omosessualità erano seppelliti nel mezzo del programma. Abbiamo avuto
molte più firme di quante avevamo bisogno. Fu molto eccitante. La campagna
attirò molte persone. E le donne cominciarono a telefonare alla Mattachine
Society. La mia compagna dell'epoca ed io decidemmo che non potevamo
limitarci solo a parlare individualmente con ciascuna donna. Così aprimmo la
nostra casa ogni mercoledì. Questa diventò una istituzione dal 1971 al 1978,
ogni mercoledì sera, e ci divertivamo moltissimo. C'erano anche spettacoli e
seminari. Venne a cantare Meg Christian. Vennero "The Furies", e vennero le
"Washington Feminists". Qualche volta si ballava.
Ti sei anche impegnata con le "Daughters of Bilitis", giusto?
Oh, mi sono impegnata sin dall'inizio. Nel 1963 conobbi Barbara Gittings e
Kay Tobin, siamo state sempre in contatto. La mia foto è su "The Ladder",
e ho scritto per la rivista qualcosa sul coming out. Una volta preso
contatto, siamo diventate amiche meravigliose. Sono ancora in contatto con
Kay. Barbara ed io siamo state spesso invitate insieme a parlare in vari
posti. Le DOB vennero a vari nostri eventi. Ricordo che una volta, durante
un incontro, la loro rappresentante si arrabbiò perché pensava che ci fosse
sessismo nella comunità gay. E questo era anche vero. La Mattachine di
Washington era tutta di maschi, tranne due di noi.
Sei stata onorata come "Super Hero of Capitol Pride"; cosa significa questo
per te?
Sono molto compiaciuta e onorata. Sono contenta di ricongiungermi alla
comunità gay localmente. Ma alla fine di giugno vado in pensione. Ho
lavorato come terapista dal 1975. Moltissime donne hanno fatto terapia con
me. Avevo fatto pubblicità sul "Blade", ho sempre amato lavorare con la
comunità gay. Dapprima erano tutte donne, poi ci sono stati anche uomini, e
quando sono diventata consulente assicurativa, anche persone eterosessuali.
Quali sono i tuoi progetti dopo il pensionamento?
Nel 1992, la mia compagna ed io abbiamo fondato la "Community for Self
Development" che promuove un ambiente gay-positivo per rafforzare lesbiche,
gay e persone gay-friendly psicologicamente, creativamente e spiritualmente.
Abbiamo organizzato conferenze, ritiri, corsi, ma dopo un po' è diventato
troppo per noi. Adesso vado in pensione, ma una volta al mese faremo un
gruppo di auto-sviluppo creativo. Chiunque può venire, è gratis. Sto anche
facendo parecchia musica. Ho un piccolo gruppo che si chiama Ashgrove
Players. Io suono il violino. La mia compagna ed io stiamo insieme da 25
anni. Abbiamo fatto molte crociere, a marzo siamo andate a Tahiti con la
compagnia lesbica di viaggi Olivia. Abbiamo partecipato a 14 Olivia Cruises.
Insomma, abbiamo molte cose da fare.
Coming out mennonita
I Mennoniti sono un gruppo religioso del protestantesimo evangelico
anabattista, sorto all'epoca della Riforma in Svizzera e nei Paesi Bassi,
poi diffuso in tutto il mondo (in Italia sono presenti cinque congregazioni)
e soprattutto negli Stati Uniti. Devono il loro nome al prete dissidente
olandese Menno Simons (1496-1561), e nel corso della loro evoluzione,
segnata da numerose persecuzioni, hanno incorporato una tradizione di
pacifismo e non violenza. Gli stati che li ospitano li esentano dal servizio
militare.
I Mennoniti americani sono oltre 110.000, di cui 12.400 nell'Ohio. E proprio
nell'Ohio, per la prima volta, i Mennoniti gay e lesbiche hanno messo in
atto una sfida aperta ai loro leaders. Vestiti di rosa, si sono raccolti a
centinaia fuori della convention ufficiale della chiesa a Columbus,
denunciando il disconoscimento dell'omosessualità e del lesbismo. La
protesta "pink Menno", come è stata chiamata, ha richiamato gli 8000
delegati del convegno nazionale biennale ad uno svecchiamento delle loro
posizioni sull'omosessualità. Questa clamorosa manifestazione, finita su
tutti i giornali americani, arriva dopo l'iniziativa dello scorso novembre
di firmare in 1400 una lettera aperta contro la discriminazione delle
persone lgbt. Attualmente, infatti, non possono essere membri della chiesa
lesbiche e gay 'sessualmente attivi', e le coppie dello stesso sesso non
possono sposarsi; le chiese locali che accettano l'omosessualità sono
passibili di sanzioni disciplinari come la sospensione e l'espulsione.
http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5jnIwv3OwDo0Ov0tp47ReyD6-_kdgD996I30G0
http://www.columbusdispatch.com/live/content/local_news/stories/2009/07/02/mennonite_rights.html?sid=101
Buon compleanno Sylvia

«La gente dice che sono stata io a buttare la prima molotov, ma non è vero.
Ho tirato la seconda. Qualcuno mi aveva passato una bottiglia di benzina
quando qualcun altro lanciò la prima. Non sapevo che fare ed uno accanto a
me mi disse: "è meglio che la tiri", ed io l'ho fatto».
Sylvia Rivera
Leggendaria transgender "drag queen" protagonista delle rivolte di
Stonewall nel 1969, Sylvia Rivera nacque con il nome di Ray Rivera Mendoza il 2
luglio 1951 a New York, nel Bronx, in un taxi di fronte al Lincoln Hospital, da
genitori di origini venezuelane e portoricane. Fu quasi subito abbandonata
da suo padre, e sua madre si suicidò quando aveva tre anni. Venne affidata
alla nonna venezuelana, che dopo averla sorpresa a truccarsi la buttò fuori
di casa a 11 anni. Sylvia sopravvisse con la prostituzione, inserendosi in
un gruppo di drag queens e prendendo coscienza di prima mano, nelle strade,
della violenza omofobica e contro le donne.
Il 27 giugno del 1969 Rivera si trovava tra la folla raccoltasi davanti
allo Stonewall Inn dopo un raid della polizia, e fu tra le prime persone a
reagire alla violenza con la violenza, alla vista degli agenti che
trascinavano brutalmente fuori dal locale lesbiche, trans e gay,
caricandoli su un furgone per portarli in carcere. Co-fondatrice del Gay Liberation
Front, nel 1970 si unì alla Gay Activists Alliance (GAA) e nello stesso
anno fondò con Marsha P. Johnson, una trans afro-americana, la STAR (Street
Transvestite Action Revolutionaries), un gruppo di lotta per i diritti
civili trans e per l'assistenza ai giovani transgender poveri e senzatetto,
con sede nell'East Village, che costituì un primo e prezioso precedente per
analoghe iniziative successive.
Intanto Sylvia partecipava alla campagna per l'approvazione della "New York
City Gay Rights Bill", una legge contro le discriminazioni, attirando
l'attenzione dei media con il suo tentativo di scalare il municipio in
abito da donna e tacchi alti per partecipare alla discussione a porte chiuse
della legge. Sempre in prima fila, fu l'unica persona arrestata durante le
manifestazioni per la presentazione di una petizione al consiglio comunale.
Fortissima fu la sua delusione quando l'organizzazione gay che sosteneva,
la
GAA, decise di escludere dalla legge i diritti transgender, per renderla
più
"accettabile" ai politici. Sentendosi tradita e disillusa dal movimento,
Rivera si concentrò sul lavoro nella STAR, che però nel 1972 dovette
smobilitare per problemi economici e di sede. Alla fine degli anni
Settanta,
dopo alcuni tentativi di suicidio, Rivera lasciò New York trasferendosi a
Tarrytown, dove lavorò per una decina d'anni presso la Marriott Corporation
nel settore dei servizi alimentari; contemporaneamente organizzava
spettacoli drag nei locali della zona e partecipava ai Pride annuali.
All'inizio degli anni Novanta fu costretta a lasciare il suo lavoro per
abuso di droghe e tornò a New York, dove visse a lungo come senzatetto. Nel
1997, organizzandosi con altre nella stessa condizione, creò la Transy
House
Collective a Park Slope, Brooklyn, una casa comune autogestita sul modello
della STAR. Nel 1994, durante il venticinquesimo anniversario delle rivolte
di Stonewall, fu alla testa della cosiddetta "marcia illegale" organizzata
in polemica con il Gay Pride ufficiale, portando la sua protesta contro
l'emarginazione delle persone transgender da parte della comunità gay.
Riprese il suo attivismo politico, dando voce alle "minoranze dentro la
minoranza". Collaborò con la Metropolitan Community Church di New York,
curandone il programma di assistenza alimentare per i poveri e i
senzatetto.
Nel 2000 ricreò la STAR e, insieme ad altre attiviste, partecipò al World
Pride 2000 a Roma. Il gruppo fece anche pressione sull' Human Rights
Campaign per una maggiore inclusione delle persone transgender nelle
rivendicazioni del movimento lgbtq, e condusse una campagna per chiedere
giustizia per Amanda Milan, una transgender assassinata nel 2000. Malata di
cancro al fegato, Sylvia Rivera morì il 19 febbraio 2002 al St. Vincent's
Manhattan Hospital di New York, continuando a fare riunioni anche da
ospedalizzata. Il suo funerale si svolse la notte del 26 febbraio davanti
al vecchio "Stonewall Inn", da dove partì un corteo di amiche e amici, fra cui
la sua compagna Julia Murray, che gettarono le sue ceneri nel fiume Hudson.
Nel 2005, in occasione del Transgender Day of Remembrance, la città di New
York le ha intitolato un incrocio nel Greenwich Village, la "Rivera Way"
all'angolo tra Christopher Street e Hudson Street. Nel suo ricordo, è stato
fondato il "Sylvia Rivera Law Project" (http://www.srlp.org/) con sede a Nw
York, che "opera per garantire che tutte le persone siano libere di
auto-determinare l'identità e l'espressione di genere sessuale,
indipendentemente dal reddito o dalla razza, e senza dover affrontare
molestie, discriminazione o violenza". Rivera occupa ancora un posto
d'onore nell'associazione "Stonewall Veterans". In Italia è stato dato il suo nome
al "Coordinamento Trans Sylvia Rivera", composto da "associazioni e persone
che, nell’unità progettuale, sono fortemente determinate e impegnate nella
difesa e per l’affermazione dei diritti delle persone Trans"
(http://www.sylviarivera.org/).
STORICA SENTENZA IN INDIA:
L'omosessualità NON e' reato

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/india-gay/india-gay/india-ga
L'Alta Corte di New Delhi cancella una controversa legge coloniale
britannica
Vittoria delle organizzazioni di prevenzione dell'Aids e per i diritti umani
India, storica sentenza l'omosessualità non è reato
Cartelli contro la legge 377 al Gay Pride di New Delhi
NEW DELHI - L'India depenalizza l'omosessualità. Con una storica sentenza,
l'alta Corte di New Delhi ha giudicato legali i rapporti gay tra adulti
consenzienti. Viene così cancellata la legge di epoca coloniale del 1861 -
la cosiddetta "sezione 377" - che assimilava questi rapporti al "sesso
contro natura" e li puniva con il carcere fino a 10 anni e addirittura con
l'ergastolo nei casi più gravi.
La legge, imposta dall'Impero britannico, aveva attirato le critiche degli
esperti sanitari e degli attivisti della lotta all'Aids. Il dipartimento di
controllo dell'Aids, che fa parte del ministero della Salute indiana, aveva
sostenuto che la legge stava mettendo in pericolo i suoi programmi di
prevenzione. La sentenza della Corte suprema riguarda il ricorso della Naz
Foundation, un'organizzazione che si batte per la prevenzione dell'Aids,
secondo cui la Sezione 377 violava il diritto alla privacy e l'eguaglianza
garantiti dalla Costituzione indiana.
Circa 2,4 milioni sui 33 milioni di persone infettate dal virus HIV nel
mondo sono in India, secondo un rapporto dell'Unaids. Circa un milione dei
malati sono donne. Proprio domenica in molte città dell'India si erano
tenute le marce del Gay Pride, segno della crescente presa di coscienza
delle persone omosessuali nel Paese nonostante la legge repressiva.
Alcune parti della legge continueranno ad essere attuate per quanto riguarda
i rapporti non consensuali.
(2 luglio 2009)
y.html
India lgbt in lotta per l'uguaglianza civile
http://www.pinknews.co.uk/news/articles/2005-13005.html
http://www.pinknews.co.uk/news/articles/2005-12994.html

Il governo indiano sta tenendo consultazioni per l'abolizione della legge
coloniale che vieta l'omosessualità e il lesbismo, la "Section 377"
introdotta nel 1860 dagli inglesi. La legge punisce chiunque "abbia
volontariamente rapporti sessuali contro l'ordine della natura con uomini,
donne o animali", prevedendo specifiche sanzioni anche contro la
masturbazione e il sesso orale. Le associazioni lgbt e per i diritti umani
hanno contestato la legge l'anno scorso presso l'Alta Corte di giustizia di
Delhi. Anche il ministro della Sanità Anbumani Ramadoss , favorevole alla
sua abrogazione perché ostacola la lotta all'Aids, ha fatto pressione sul
governo, nel cui ambito però c'è una forte resistenza da parte
dell'omofobico ministro della giustizia Veerappa Molly. Proteste per le
consultazioni governative sono venute dai leader religiosi islamici del
paese.
Una nuova presa di posizione pubblica a favore dell'abolizione della legge è
venuta dalla coraggiosa e bellissima star di Bollywood Celina Jaitley, già
nota per il suo ripetuto sostegno ai diritti lgbt nonostante le minacce di
morte ricevute. Jaitley ha dichiarato: "E' tempo di svegliarsi e di
accettare l'omosessualità. Sono molto contenta che il nostro nuovo e giovane
governo si sia svegliato e voglia abolire la legge. Questo mostrerebbe al
mondo la nuova e moderna faccia dell'India."
La megaglia ma la legge anti omofobia?
http://www.gay.it/unamedagliapermarialuisa/

A questo link si può firmare l'appello al presidente della Repubblica per il
conferimento di una medaglia al valore civile a Marialuisa, la ragazza di 26
anni che in piazza Bellini a Napoli ha difeso dai neonazisti un gay, venendo
a sua volta aggredita e pestata. Un po' strano che non si faccia cenno alla
necessità, oltre alla medaglia, di una legge anti-omofobia..
Medaglia al valore civile per Marialuisa
Al Presidente della Repubblica On. Dr. Giorgio Napolitano
Signor Presidente,
il 23 giugno 2009, nella centrale piazza Bellini a Napoli, una studentessa
di 26 anni, Maria Luisa Mazzarella , nella circostanza di trovarsi a
difendere un proprio amico omosessuale dalle offese e dalle violenze fisiche
per opera di un gruppo di coetanei, è stata lei stessa oggetto di un duro
atto di violenza verbale e fisica che le ha procurato lesioni su tutto il
corpo e l'ha esposta al rischio di perdere addirittura un occhio.
In un contesto sociale in cui si moltiplicano gli atti di violenza dettati
dall'odio nei confronti di cittadini con un differente orientamento sessuale
e che spesso si consumano nell'indifferenza generale di coloro che vi
assistono, il gesto di Maria Luisa assume un innegabile valore non solo
simbolico. Ci permettiamo pertanto di chiederLe di valutare la possibilità
di concedere a Maria Luisa la medaglia al valor civile per aver messo a
rischio la propria stessa vita in difesa di un coetaneo vittima della
violenza omofoba.
Confidiamo nella Sua sensibilità in modo che Maria Luisa possa vedersi
conferita la massima onorificenza della Repubblica.
Cordialmente,
i cittadini di seguito firmatari.
OBAMA PRIDE

(AGI) - Washington, 30 giu. -
Aprendo le porte della Casa Bianca agli omosessuali, Barack Obama li ha rassicurati sul fatto che difendera' i loro diritti e li ha invitati a giudicarlo al termine della sua presidenza. Con un gesto assolutamente inedito, il presidente Usa ha voluto commemorare il 40esimo anniversario del movimento omosessuale pranzando con 300 rappresentanti della comunita' (gay, lesbiche, bisessuali e transessuali) e in tal modo ha festeggiato il mese dell'orgoglio gay. "Vogliamo un'America cui nessuno provi il dolore della discriminazione basata su ch i sei o su chi ami", ha detto il presidente Usa. Appoggiato ampiamente durante la campagna elettorale dagli omosessuali, Obama si confronta in queste settimane con il crescente scetticismo di una parte della comunita' omosessuale che ha criticato la sua lentezza nel cambiare due leggi molto contestate dai gay, entrambe approvate con l'appoggio di Bill Clinton: una che vieta il matrimonio gay a livello federale e un'altra che proibisce agli omosessuali di prestare servizio nell'esercito. "So che molti in questa stanza pensano che i passi avanti non sono stati abbastanza", ha aggiunto il presidente Usa, che poi pero' ha assicurato: "Abbiamo fatto progressi ed altri ne faremo. Sappiate che non voglio essere giudicato per le mie parole ne' per le mie promesse, ma per le promesse che la mia amministrazione mantiene". Ma Obama si e' detto certo che quando terminera' il suo mandato, nel 2013, i gay saranno "soddisfatti" dei risultati raggiunti. Tra i provvedimenti gia' approvati, il presidente Usa ha ricordato l'estensione dei benefit familiari alle coppie omosessuali dei funzionari del governo statunitense; e ha ricordato di aver chiesto al Congresso che modifichi la Legge di Difesa del Matrimonio, del 1996, che consente al governo federale e a vari Stati membri di non riconoscere i matrimoni omosessuali, che sei Stati americani hanno legalizzato. Obama ha anche fatto capire di aver chiesto al Pentagono e al Congresso di affrontare la questione del divieto per gli omosessuali di entrare nell'esercito, ma ha chiesto tempo. La cancellazione della norma nota come "don't ask, don't
tell" (non chiedere, non raccontare), approvata dal Congresso nel 1993, e' un tema molto sentito dalla comunita' gay. Secondo la rivista ufficiale del Pentagono, Stars and Stripes, dal 1994 sono stati espulsi 12.500 soldati per questa ragione. In un'intervista concessa alla rivista del movimento omosessuale "The Advocate", nell'aprile del 2008, il futuro presidente aveva detto che l'avrebbe abolita perche' meramente "ideologica" e che "non rende il Paese un luogo piu' sicuro".
http://www.agi.it/estero/notizie/200906301033-est-rt11052-obama_rassicura_i_gay_faremo_ancora_molto_per_voi
Oltre l'Aids
giovedì 2 luglio 2009 ore 9.30 – 18.00, venerdì 3 luglio 2009 ore 10 – 13.00
Casa Internazionale delle donne
Sala Lonzi
Via della Lungara 19, Roma
OLTRE L’AIDS
FATTI / PERSONE / STRATEGIE / RISORSE
Seminario nazionale
2 luglio 2009
9.30 Registrazione
Sessione I
10.00 Tamara Bartolini legge "Una moglie: i mesi incantati", monologo
teatrale di Maricla Boggio
11.00 L’Hiv/Aids nel mondo. Una lotta globale
Gemma Arpaia, Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS
11.20 Quello che alle donne non dicono
Daniela Colombo, AIDOS
11.40 La situazione oggi in Italia
Rita Bellagamba, INMI Lazzaro Spallanzani - Anlaids Lazio
12.00 Aids e prostituzione
Hermine Gbedo, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute
12.20 Dibattito
Modera: Daniela Colombo, AIDOS
13.00 – 14.30 Pausa (bar e ristorante a disposizione nel giardino)
Sessione II
14.30 Testimonianze dall’Africa
• Brigitte Yameogo, Mwangaza Action (Burkina Faso)
• Pascaline Dabré, Voix de Femmes (Burkina Faso)
• Ananilea Nkya, TAMWA - Tanzanian Media Women Association (Tanzania)
• Maria Kisanga, WIC - Women Information Center, Ministry for Community
Development Gender and Children (Tanzania)
15.30 Tavola rotonda: Cura e/o prevenzione?
Sono invitati a partecipare:
CESTAS, Sara Paterlini
Cospe
ISCOS, Gianni Italia
Nps Italia Onlus, Matteo Schwarz
Tavola Valdese
17.00 Dibattito
17.30 Chiusura lavori
3 luglio 2009
10.00 La scoperta della malattia: dolore e riconciliazione
Francisco Mele, psicoterapeuta
10.30 Da madre a figlia/o
Francesco Aureli, The Partnership for Maternal, Newborn and Child Health
10.50 Differenze di genere e Hiv/Aids nel Nord e nel Sud del mondo
Prevenzione dell’Hiv/Aids tra i ragazzi e le ragazze delle periferie
romane – proiezione di
cortometraggi realizzati dagli adolescenti
Cristina Angelini, psicologa-psicoterapeuta, consulente AIDOS
Alessandro Pera
11.30 Prevenzione tra le donne nel Sud del mondo. L’esperienza del Centre
pour le bien-être des femmes in Burkina Faso e il ruolo dei media in
Tanzania
• Pascaline Dabré, Voix de Femmes (Burkina Faso)
• Ananilea Nkya, TAMWA - Tanzanian Media Women Association (Tanzania)
12.00 Dibattito
12.30 Chiusura lavori
Il seminario è un’iniziativa del progetto di Educazione allo Sviluppo
"Obiettivi del millennio e cooperazione decentrata sanitaria: un
approfondimento sulla lotta all’Hiv/Aids" realizzato in collaborazione con
CESTAS e co-finanziato dal Ministero degli Affari Esteri. Il progetto agisce
in coordinamento con le campagne europee "Azione per la salute globale"
(www.actionforglobalhealth.eu) e "True Development Through Health!", che
chiedono ai Governi europei un sostegno più efficace ai paesi meno avanzati
per il raggiungimento degli
Obiettivi di sviluppo del Millennio per la salute.
Lituania, presidente non firma la legge omofobica
http://www.pinknews.co.uk/news/articles/2005-12980.html
Il presidente lituano Valdas Adamkus, ancora in carica sino al 12 luglio
prossimo, non ha firmato la legge 'Protezione dei minori contro il dannoso
effetto dell'informazione pubblica', approvata dal parlamento, che avrebbe
vietato di parlare di omosessualità nelle scuole e nei luoghi pubblici,
impedendo così ogni liberta' di espressione, comprese manifestazioni o
mostre organizzate dalla comunita' Lgbtq. Ora però il parlamento, secondo la
costituzione, ha la possibilità di superare il veto presidenziale con una
nuova votazione.